La bandiera

Il simbolo di Rivincere nasce sovrapponendo la Nike di Samotracia all’anima dell’infinito che ci definisce e si accompagna ai tre verbi latini – RUMPOR, RENASCOR, REVINCO – in cui sono riassunti i nostri ideali
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Nike «dalle belle caviglie» («Νίχην καλλίσφυρον»), così l’aveva chiamata Esiodo nella Teogonia (verso 384), è «γλυκύδωρε», ovvero «dispensiera di dolcezze», come la definisce il poeta greco Bacchilide, all’inizio dell’epinicio (canto corale che celebra i vincitori degli agoni) per Alexidamos di Metaponto, chiarendo: «ἐν πολυχρύσῳ δ᾿ ᾿Ολύμπῳ Ζηνὶ παρισταμένα κρίνεις τέλος ἀϑανάτοισί τε καὶ ϑνατοῖς ἀρετᾶς…» («nell’Olimpo dorato, ritta accanto a Zeus, stabilisci il premio per il valore degli dei e degli uomini…»).
La personificazione della Vittoria non è stata cantata solo dai poeti ma ha ispirato anche scultura e pittura di tutte le epoche, suscitando opere immortali, come il capolavoro che – lo abbiamo spiegato qui – rappresenta l’icona di Rivincere: la Nike di Samotracia, attribuita a Pitocrito e conservata al Louvre.

La Nike rifiorente

Abbiamo immaginato di fondere questo inimitabile «capolavoro del Destino» («chef d’œuvre du Destin», come amava ripetere lo scrittore francese André Malraux) con l’anima del verbo rivincere, di cui abbiamo scandagliato qui tutti i significati, individuando il senso profondo che sollecita la nostra ricerca (quête) e si traduce nel «riconquistare, recuperare, riguadagnare, ritrovare».
La Nike di Samotracia è diventata così un ramo di rosa, spezzato all’estremità con un taglio che allude proprio a quello della testa della scultura a noi cara. Alla destra del rametto spuntano due rifioriture: una solo abbozzata e l’altra più estesa, a ricordare un’ala aperta.
Il ramo forma una erre minuscola, l’iniziale dell’infinito che ci identifica e di RUMPOR, RINASCOR e REVINCO, i tre verbi latini che plasmano il nostro motto e custodiscono i nostri valori e ideali.

Spezzarsi ma non piegarsi

RUMPOR vuol dire «mi rompo», «mi spezzo» e, nell’epoca del precariato, che fa della flessibilità la virtù imprescindibile per accontentarsi di stare a galla in una quotidianità rassegnata, ci invita alla fermezza d’animo, sottraendoci alla docile resilienza.
Occorre semmai l’intransigenza di chi, fedele ai propri principi, non è disposto, in nessun modo, a scendere a compromessi vendendo se stesso o asservendo la propria anima.
Viene in mente il terzo componimento del terzo libro delle Odi di Orazio, che incomincia così:

«Iustum et tenacem propositi virum

non civium ardor prava iubentium,
non voltus instantis tyranni
mente quatit solida neque Auster,

dux inquieti turbidus Hadriae,
nec fulminantis magna manus Iovis:
si fractus inlabatur orbis,
impavidum ferient ruinae» Quinto Orazio Flacco, Carmina III, 3, vv. 1-8

«All’uomo giusto e tenace nei suoi propositi
non scrolla il saldo animo il furore
del popolo che imporre vorrebbe iniquità, né il volto
d’un minaccioso tiranno, né l’Austro

turbinoso signore dell’inquieto Adriatico,
né la mano possente di Giove che scaglia fulmini;
se l’orbe terrestre precipiti infranto,
il suo rovinare lo investirà imperterrito
»
Traduzione di Luca Canali



Orazio esalta la giustizia e la tenacia con cui l’uomo può restare saldo nel proprio animo e fermo nelle proprie convinzioni davanti al furore del popolo imbestialito, davanti allo sguardo minaccioso di un tiranno senza scrupoli e davanti alla tempesta più crudele, che lo troverà impassibile – e «con la schiena diritta» – pure sotto la fitta scarica di saette scagliate dalla stessa mano possente di Giove. Così, se il mondo si frantumasse e precipitasse, questo uomo, tenace e giusto, resterebbe dritto, senza piegarsi e senza paura, imperterrito e fedele a se stesso e ai suoi ideali.
È quell’uomo disposto a spezzarsi ma mai a piegarsi, come scrive Seneca in un celebre passo del Tieste:

«… novi ego ingenium viri
indocile: flecti non potest – frangi potest» Lucio Anneo Seneca, Thyestes vv. 199-200

Il tiranno Atreo dice del fratello Tieste: «Io conosco il carattere dell’uomo ribelle: non si può piegare – si può spezzare».
Nei secoli, fino ai nostri giorni, ha avuto fortuna il motto «frangar non flectar» («mi spezzerò ma non mi piegherò»), che si trova anche nella forma «rumpor non flector», cioè «mi rompo, mi spezzo, ma non mi piego». E questa frase è più che mai essenziale oggi per opporsi a quella flessibilità già citata in precedenza che viene inculcata come valore da coltivare per adattarsi allo stato delle cose, sia pur esso iniquo, rinunciando alla sacrosanta pretesa di poterlo cambiare.

Erompere e rifiorire per rivincere

Lasciando l’arrendevole adattabilità ai materiali o ai metalli malleabili, resilienti e, per loro natura, indifferenti e senza aspirazioni, appare inderogabile l’atto di manifestare la propria volontà per irrompere nella realtà, incidendo su di essa. A indicarci la via per «uscire fuori» è sempre il verbo RUMPOR che significa anche «erompo», «scaturisco».
Questa accezione ben si sovrappone all’immagine disegnata sulla bandiera di Rivincere: rompendo la scorza del ramo, la gemma scaturisce, aprendosi alla luce, per emergere, sbocciare, rifiorire e rinascere. Qui c’è appunto il secondo verbo del nostro motto, RENASCOR, e la rinascenza è la palingenesi portatrice di rinnovamento spirituale, di ripresa, e di quella epifania rigeneratrice che è l’indispensabile premessa per il terzo, ma non ultimo, verbo, di cui non è necessaria la traduzione: REVINCO.

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